Un RCT su Nutrients svela come l’alcaloide vegetale moduli VEGF, pressione centrale ed endotelio nei pazienti con MAFLD
C’è una molecola che il fegato usa per ripararsi e che, allo stesso tempo, può alimentarne la cicatrizzazione fibrotica. Si chiama VEGF e il suo doppio volto rende ogni intervento capace di modularla particolarmente interessante da studiare. Un trial randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, pubblicato su Nutrients, ha messo alla prova la berberina su questo fronte, in persone con MAFLD (la fatty liver disease associata a disfunzione metabolica), sovrappeso o obese.
Il risultato principale, in breve: dodici settimane di supplementazione hanno alzato in modo significativo i livelli sierici di VEGF, aprendo uno scenario nuovo per chi progetta formulazioni nutraceutiche a target epatico e cardiovascolare.
Cos’è il VEGF e perché conta nella MAFLD?
Il VEGF è il principale regolatore dell’angiogenesi e della permeabilità vascolare. Nel fegato interessato da steatosi metabolica, il suo ruolo dipende dallo stadio della malattia:
- nelle fasi iniziali, sostiene la riparazione dell’endotelio sinusoidale e la rigenerazione epatocitaria;
- nelle fasi avanzate, un’attivazione persistente è associata a fibrogenesi e progressione verso la steatoepatite.
Diversi studi hanno rilevato livelli di VEGF ridotti nei pazienti con MAFLD rispetto ai controlli sani, con valori ancora più bassi nelle forme con steatoepatite conclamata. Un aumento controllato di VEGF, in quest’ottica, può riflettere uno spostamento verso un ambiente epatico più riparativo.
Come agisce la berberina sull’endotelio?
La berberina è un alcaloide isochinolinico estratto da piante come Berberis aristata, già noto in nutraceutica per l’azione multi-target sul metabolismo glucidico e lipidico. Sul versante vascolare, la letteratura le attribuisce diversi meccanismi:
- aumento della biodisponibilità di ossido nitrico, con effetto vasodilatatorio;
- riduzione dello stress ossidativo a carico delle cellule endoteliali;
- modulazione delle vie infiammatorie legate a NF-κB e attivazione di AMPK;
- azione protettiva sulle cellule beta pancreatiche e sul metabolismo lipidico epatico.
È questa combinazione di effetti epatoprotettivi e vascolari a giustificare l’ipotesi di partenza dello studio: la berberina potrebbe modulare positivamente il VEGF in pazienti con MAFLD, un’interazione mai documentata prima nell’uomo.
Lo studio: chi, come, quanto
Il trial, condotto dall’Università di Medicina di Poznań, ha arruolato 70 pazienti con MAFLD, sovrappeso o obesi, randomizzati 1:1 a ricevere berberina cloridrato (1500 mg/die, tre dosi giornaliere prima dei pasti) o placebo per 12 settimane. Criteri di esclusione stringenti, tra cui diabete di tipo 2 conclamato, altre epatopatie e terapie farmacologiche concomitanti rilevanti, hanno garantito un campione omogeneo, a scapito della numerosità: trentadue partecipanti nel gruppo berberina e ventinove nel gruppo placebo hanno completato lo studio.
Oltre al VEGF sierico, i ricercatori hanno misurato pressione brachiale, indice di augmentazione, pressione aortica e velocità dell’onda di polso (PWV) con sistema SphygmoCor, lo standard per la valutazione della rigidità arteriosa.
I risultati chiave
Il dato più solido è quello sul VEGF: nel gruppo trattato, i valori sono saliti da 456,23 a 561,22 pg/mL (p < 0,0001), con un effect size ampio (Cohen’s d = 0,94). Nel gruppo placebo la variazione non ha raggiunto significatività statistica.
In sintesi, cosa emerge dai dati:
- riduzione della pressione sistolica centrale (PWA-SP) nel gruppo berberina, da 134,85 a 124,46 mmHg; un calo simile, però, è comparso anche nel gruppo placebo, per cui il confronto diretto tra bracci non è risultato significativo;
- correlazione negativa, solo nel gruppo trattato, tra l’aumento del VEGF e la riduzione del Fatty Liver Index (r = −0,42), un segnale coerente con l’ipotesi di un effetto riparativo sul fegato;
- variazioni della velocità dell’onda di polso correlate ad altri parametri emodinamici esclusivamente nel gruppo berberina, indizio di un possibile effetto sistemico sull’endotelio.
Sul fronte sicurezza, la berberina è risultata ben tollerata: gli eventi avversi, tutti lievi e transitori, si sono limitati a gonfiore addominale, flatulenza e retrogusto amaro, senza necessità di sospendere il trattamento.
Cosa significa per la formulazione nutraceutica?
Gli stessi autori definiscono questi risultati preliminari: dodici settimane possono non bastare per intercettare cambiamenti strutturali nella rigidità arteriosa, e la scarsa biodisponibilità orale della berberina resta un limite noto della molecola. Il segnale sul VEGF, tuttavia, apre la strada a trial più ampi e prolungati, magari abbinati a tecnologie che ne migliorino l’assorbimento.
Per chi sviluppa integratori orientati alla salute epatica e metabolica, questi dati confermano un ingrediente dal profilo di sicurezza consolidato, con un meccanismo d’azione multi-target che oggi si estende, con le dovute cautele, anche alla funzione endoteliale.
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Fonte: Koperska, A.; Miller-Kasprzak, E.; Seraszek-Jaros, A.; Musialik, K.; Bogdański, P.; Szulińska, M. “The Influence of Berberine on Vascular Function Parameters, Among Them VEGF, in Individuals with MAFLD: A Double-Blind, Randomized, Placebo-Controlled Trial.” Nutrients 2025, 17, 3585. DOI: 10.3390/nu17223585






